Dopo mesi di pigrizia cinematografica torno a vedere un film di un certo spessore. Merito dei miei compagni cinefili della Scuola e di Paolo Sorrentino che con questo film ha sbancato Cannes. Ma soprattutto è riuscito a far saltare il leggendario self-control nientepopòdimenoche a Giulio Andreotti. Il Grande Gobbo. Il cinema Anteo di Milano è un delizioso spazio dove le sale sono accompagnate da una libreria a tema, un ristorante e un bar. Certo la sua collocazione in una delle zone più da "bere" di Milano ( è nei pressi di Corso Como) lo rende preda di una fauna non proprio raccomandabile. La biglietteria è presa d'assalto ma grazie ai movimenti scaltri di un nostro compare siculo evitiamo la beffa. La sala è piccola e veniamo sbalzati in seconda fila. Il collo dopo un po' accusa ma tutto sommato non mi lamento.
Comincia. Chi si aspetta un film d'assalto, un reporter movie, è destinato a rimanere deluso.
Sorrentino ci racconta sì le vicissitudini giudiziarie e politiche di Andreotti ma solo per poter entrare dentro la sua personalità, capire cosa si celi dietro la sua proverbiale indecifrabilità. I suoi valori (?), il suo rapporto con il concetto di verità. La teoria che sostiene di come per fare il Bene sia necessario il Male. E un fantasma. Aldo Moro. Lo tormenta, lo perseguita, non lo lascia dormire. Un film che si presta a sconfinate interpretazioni grazie alle citazioni e che delizia lo spettatore raffinato con inquadrature ad effetto. Un plauso infine alla colonna sonora, splendida per la combinazione fra musiche originali ed evergreen dell'Italia democristiana (davvero i migliori anni della nostra vita?) e ai truccatori, davvero eccezionali. Totò Riina, ridicolizzato e non ho ancora capito bene il perché, sembrava davvero lui.
30 maggio 2008
13 aprile 2007
ECCOLO!
Dopo lunghe e tormentate esperienze col mondo della blogosfera (ho uno spazio in qualunque piattaforma...più o meno aggiornato) ho deciso che "forse" sarebbe stato meglio mandare a benedire tutti questi progetti e cercare di realizzare un blog unico. Dopo millemila sperimentazioni ho optato per questo piccolo spazio. Per ora riconosco che è quello che è ma, non essendo uno smanettone, per il momento non potevo pretendere molto di più.
All'interno di questo spazio troverete contenuti che potremmo definire giornalistici ma anche riflessioni sul mondo del giornalismo e più in generale dei media. Il titolo è un omaggio alla mia città, Livorno e al suo spirito che a mio modo di vedere coincide con il mio ideale di giornalismo. Il caffè è simbolo di tradizione letteraria e per certi versi simboleggia stile e professionalità, la cura raffinata dei particolari. Il ponce invece è bollente, non ti lascia indifferente ed è per natura irriverente.
Questo è il giornalismo che intendo io. Che poi io sia capace di farlo sta a voi dirlo.
Buona lettura.
All'interno di questo spazio troverete contenuti che potremmo definire giornalistici ma anche riflessioni sul mondo del giornalismo e più in generale dei media. Il titolo è un omaggio alla mia città, Livorno e al suo spirito che a mio modo di vedere coincide con il mio ideale di giornalismo. Il caffè è simbolo di tradizione letteraria e per certi versi simboleggia stile e professionalità, la cura raffinata dei particolari. Il ponce invece è bollente, non ti lascia indifferente ed è per natura irriverente.
Questo è il giornalismo che intendo io. Che poi io sia capace di farlo sta a voi dirlo.
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